lunedì 23 febbraio 2026

MAGAZINE "TIME": "EPiC" DI BAZ LUHRMANN E' L'OMAGGIO CHE ELVIS MERITA


Sul sito Time.com la reporter Stephanie Zacharek non va per il sottile e già nel titolo ci fa capire che Elvis Presley merita di essere ricordato, merita di essere visto, merita di essere ascoltato e merita che di lui si parli di ciò che di incredibilmente buono ha compiuto nell'arco della sua vita, lasciando a tutti noi note ed immagini che, a distanza di quasi 50 anni dalla sua scomparsa, è doveroso rivedere, riconsiderare e far conoscere alle nuove generazioni.
Baz Luhrmann ne aveva dato un primo assaggio nel 2022, con il film "ELVIS", in cui il Re veniva interpretato dall'attore Austin Butler; ma questa volta è totalmente diverso: questa volta, nel film "EPiC: Elvis Presley in Concert" è il vero Elvis ad essere protagonista assoluto. Lui, con tutto ciò che è e che rappresenta.
Dopo questa nostra premessa, veniamo all'articolo vero e proprio.

Sul sito si legge:
Prima che ci fossero i meme, c'erano i graffiti, e negli anni '80 e '90 a volte si vedeva l'anagramma "Elvis Lives" scarabocchiato con la vernice spray in questa o quella città o paese. Era una dichiarazione furtiva con un significato oscuro. Era un riferimento alla popolare teoria del complotto, secondo cui Elvis non era realmente morto il 16 Agosto 1977, all'età di 42 anni, ma si era nascosto da qualche parte, vivendo una vita felice e appartata da privato cittadino?
Oppure significava che, dopo la sua morte, le molecole di energia che aveva lasciato dietro di lui avevano semplicemente preso un'altra forma vivente?
Come scrisse il critico Greil Marcus nel suo libro del 1991 "Dead Elvis": "L' enormità del suo impatto sulla cultura, su milioni di persone, non è mai stata veramente chiara mentre era vivo; è rimasta per lo più nascosta. Quando morì, l'evento fu una specie di esplosione che si irradiò silenziosamente, nelle menti e nei cuori; da quell'esplosione uscirono molti frammenti, che lentamente vennero alla luce, prendendo forma, cambiando forma più volte nel corso degli anni".
Elvis morì una volta, solo per risorgere in un numero infinito di forme, innumerevoli come le stelle nel cielo.
Ma in alcuni momenti Elvis passa un po' in sordina: non è mai stato completamente dimenticato, ma le sue molecole riformate, che si agitano nel loro eterno moto browniano, possono diventare un po' confuse.
Negli ultimi anni, è stato Baz Luhrmann a fare di più per riportarle alla ribalta, prima con il suo biopic del 2022, incredibilmente sfrenato, "ELVIS" del 2022, con Austin Butler, e ora con un film che è più una sorta di evocazione spirituale che un documentario.
"EPiC" di Luhrmann, abbreviazione di "Elvis Presley in Concert", è costruito con filmati inediti che i ricercatori di Luhrmann hanno trovato mentre cercavano materiale che il regista avrebbe potuto usare in "ELVIS": questo tesoro, 59 ore di materiale di performance e interviste, era rimasto in un caveau della Warner Bros. situati, secondo le note stampa del film, in una miniera di sale sotterranea in Kansas. (E dove sennò?).
Inoltre, Luhrmann ha recuperato alcuni rari filmati Super 8 dagli archivi di Graceland. Questo filmato ritrovato, restaurato con cura, costituisce la struttura di "EPiC", che, nonostante la propensione di Luhrmann a spingersi oltre i limiti (o forse proprio per questo), riesce a trasmettere un senso di profonda intimità.
"EPiC" mescola filmati di concerti intervallandoli con clip di Elvis che è semplicemente Elvis, come per ridurre, per quanto possibile, la distanza tra la sua immagine pubblica e ciò che era nella vita privata.
Parte praticamente agli inizi del successo di Elvis: interrogato da un intervistatore invisibile, spiega con franchezza e allegria la nervosità fisica del suo stile di performance: "Non riesco a stare fermo. Ci ho provato, non ci riesco".
In una delle prime clip gli viene chiesto, tramite una telefonata filmata, se si è scusato per il modo in cui le sue giravolte sul palco hanno scandalizzato il pubblico. La sua risposta ha una franchezza sofferta: "Non l'ho fatto perché non credo di aver fatto nulla di male".
La risposta va al cuore di tutto ciò che era scandaloso riguardo Elvis, che ha poco a che fare con il suo emozionante hyp-no-shake rispetto alla sua inflessione sul fatto che a tutti noi debba essere concesso di riconoscerci come esseri gioiosi e sensuali. Negli anni '50, questa era un'idea radicale per qualsiasi artista.
Luhrmann si muove rapidamente attraverso gli inizi della carriera di Elvis, sorvolando il panorama di film certamente scadenti che realizzò tra il 1956 e il 1969 (la maggior parte dei quali non piacevano ad Elvis stesso) ed il suo periodo nell'esercito, dal 1958 al 1960, durante il quale fu di stanza in Germania: sua madre Gladys, che adorava, morì in quel periodo, innescando una sorta di crollo nervoso.
Vediamo scorci del manager di lunga data di Elvis, il Colonnello Tom Parker, che Luhrmann descrive come un malvagio manipolatore, anche se in realtà il suo ruolo potrebbe non essere stato così diabolico come sembra.
(Per saperne di più: ultimo libro di Peter Guralnick "The Colonel and the King: Tom Parker, Elvis Presley and the Partnership that Rocked the World"). 
Luhrmann ha anche scovato alcune ipnotiche clip di Elvis che si esibisce dal vivo alle Hawaii nel 1957, con indosso una giacca dorata scintillante ed una collana di fiori al collo. Questo era Elvis all'apice della sua bellezza, in un'epoca in cui il piacere che provava nell'esibirsi sembrava immergerlo in una luce radiosa, non diversamente da come i pittori medievali erano soliti rendere la grazia dello Spirito Santo come un raggio di foglia d'oro.
Non c'è da stupirsi che entrasse sotto la pelle delle persone; ciò che vedevano e identificavano come blasfemia era in realtà uno stato di grazia, naturale come Adamo prima della caduta.
Vediamo Elvis provare - e scherzare - con la sua band, una visione con lunghe basette ed una serie di camicie di raso con motivi paisley.
Ma il fulcro del film sono le riprese delle centinaia di esibizioni di Elvis a Las Vegas tra il 1969 ed il 1977. (N.d.R.: Noi sappiamo che le esibizioni live di Elvis la Las Vegas terminarono nel 1976).
Già di per sé i suoi costumi sono una meraviglia, una serie di tute a zampa d'elefante, molte delle quali impreziosite da eleganti colletti alti, risalenti alla Guerra d'Indipendenza, e strette da cinture in macramè, con le frange che ondeggiano a ritmo di fianchi. Elvis sapeva quali erano le cose belle e si abbandonava alla bellezza senza pensarci due volte.
In alcuni dei filmati di Las Vegas, è possibile intravedere la figura malconcia che Elvis sarebbe poi diventato: c'è un accenno di guance cadenti qua e là, un costume che suggerisce un girovita più spesso, oppure, cosa più significativa, un attimo o due in cui il suo sguardo vira verso il vuoto.
Ma soprattutto, l'Elvis di "EPiC" è vivo quasi in modo allarmante.
I suoi movimenti sono fluidi, mai incerti: ostenta la sua inclinazione a concludere una canzone con un affondo di karate.
La sua voce suona levigata e vitale, mai stanca.
Escogita medley ingegnosi, permettendo a "Little Sister" di trasformarsi in una versione di "Get Back" dei Beatles. E mentre si immerge nella seducente sensualità di "Polk Salad Annie" - forse la canzone sulla povertà più volgare mai scritta - spiega, a chiunque non lo sappia, cosa sono esattamente le foglie di polk, piante abbondanti negli Appalachi e nel sud degli Stati Uniti che possono essere raccolte, cucinate e mangiate.
Racconta una parte della storia di Annie che sembra coincidere con la sua: quelle verdure erano tutto ciò che lei e la sua famiglia avevano da mangiare, ma, dice con il suo accento confortante, "se la cavavano bene".
Luhrmann prende queste parole e le fa roteare in una camera di risonanza, sovrapponendo un'immagine dall'aspetto spettrale - la famosa foto in bianco e nero di Elvis da bambino accoccolato tra i suoi genitori - all'immagine di Elvis che si scatena per cantare la canzone. Nell'immagine, il piccolo Elvis indossa un cappello di feltro malconcio ma vivace, il centro solare di una famiglia che, all'inizio, non aveva nulla.
Luhrmann isola il piccolo Elvis, con il suo viso interrogativo e consapevole, e lo fa volteggiare verso di noi; vuole assicurarsi che conosciamo questa parte della storia di Elvis, e la racconta con questa immagine.
È banale? Oppure è tutto? Il dono di Luhrmann come regista, nonché ciò che a volte può renderlo così incredibilmente fastidioso, è che pecca sempre dalla parte del "tutto".
Dona ad "EPiC" tutto ciò che ha e la sua gioiosa abbondanza sembra quasi più di quanto meritiamo - proprio come, forse, non abbiamo mai meritato Elvis.
Eppure eccolo lì, a darci forse più di quanto avesse da dare, sapendo sempre quando improvvisare uno scherzo o lasciarsi andare ad una battuta per evitare che la situazione diventasse troppo pesante.
La sua vita è stata grande, immensa e triste in modo quasi insopportabile.
La vita che ha ora è migliore, perché ce l'ha affidata. E solo continuando a guardarlo e ad ascoltarlo, la costruiamo di nuovo giorno dopo giorno.

Source: Time.com